La legge

Mentre, a fine luglio, il governo si preparava ad affrontare una tempesta proveniente dalle borse mondiali e dalle solite vicende personali del premier, che a quel tempo doveva affrontare giudici, intercettazioni e la condanna in appello sul risarcimento a De Benedetti per essere entrato in possesso di Mondadori con metodi illeciti (e il possesso di questo e altri media potrebbe essere connessa con la notizia che segue dai più maliziosi), alcuni esponenti della maggioranza proponevano un decreto legge riguardante internet e il diritto d’autore.

In soldoni il testo proposto, da integrare al Decreto Legislativo 70/2003 in materia di commercio elettronico, ha alcuni punti chiave:

  • Un cittadino può perdere l’accesso a internet a opera del proprio provider, senza appello alle autorità giudiziarie, se a tale provider viene segnalato, da un detentore del diritto d’autore o da chiunque altro, che la connessione e’ stata usata per infrangere un copyright, così come per violare un brevetto o un marchio registrato;
  • Il provider deve aggiungere il trasgressore ad una lista di cittadini sospettati di tali reati;
  • Ogni provider deve apporre filtri a servizi usati per compiere tali reati;
  • Ogni provider deve apporre filtri a servizi che non violano propriamente copyright, brevetti o marchi registrati ma potrebbero informare i cittadini dell’esistenza di servizi usati per compiere tali reati;
  • I provider i cui filtri non saranno abbastanza efficaci saranno sanzionabili.

Sebbene questa legge ricordi la famosa legge HADOPI, discussa normativa entrata in vigore in Francia nel 2010 per punire l’infrazione del copyright su internet, essa è molto più aspra della controparte francese: oltre le Alpi non esiste nulla di simile agli ultimi tre punti, mentre per perdere l’accesso a internet è necessario che sia il detentore del copyright a denunciare il reato all’agenzia HADOPI, e che il cittadino compia il reato tre volte (soprannominate “i tre strike”)  con una notifica dell’agenzia al provider tra ogni violazione, invece dello strike singolo all’italiana.

Le conseguenze

Chiaramente alcuni punti del decreto legge italiano non sono applicabili realisticamente (il tortuoso e opaco quarto punto, ad esempio), mentre l’intera legge con ogni probabilità non è compatibile con le normative europee sull’argomento. Se fosse applicata però, sarebbe un colpo durissimo per i provider, prima tra tutti la leader del settore Telecom Italia (tra l’altro proprietaria di La7), sia per i filtri blindati che dovrebbe erigere, sia per il crollo degli abbonamenti alle connessioni ad alta velocità, i cui utenti sono principalmente internauti che sfruttano servizi come torrent, P2P, streaming e file sharing, ma anche YouTube.

Già, perché è chiaro che, in un paese in cui la legge sul diritto d’autore è abbastanza fumosa da potere oscurare quasi ogni video online “scomodo” (basti badare alle polemiche di qualche giorno fa per il video oscurato da Beppe Grillo, paladino della libertà d’opinione sulla Rete, ufficialmente rimosso per “violazione del copyright” appunto, sebbene il comico apparisse per circa il 2% del filmato), nessun sito sarebbe al sicuro. Questa legge dice chiaramente che un sito come YouTube dovrebbe essere filtrato, così come qualsiasi link o pagina che parla del servizio targato Google. Lo stesso vale per Facebook a causa del suo servizio omologo di video hosting.

Essere banditi da internet senza possibilità di cambiare provider per un tempo indefinito (non si parla di una scadenza della punizione per chi è entrato nella lista nera), può essere un grande danno, specialmente in questi ultimi anni (si è parlato di inserire internet tra i diritti fondamentali dell’uomo), ed è quindi grave che questo servizio possa essere tolto all’individuo a causa di questa legge facilmente abusabile: a parte la possibilità da parte di qualsiasi persona di segnalare qualcuno senza necessitare di prove ma solo di sospetti, se un passante infrangesse questa legge collegandosi abusivamente alla wireless di un’abitazione o un esercizio commerciale, la colpa ricadrebbe sull’intestatario della rete, non sull’utente finale. La possibilità che ciò avvenga non è scarsa dato che molte reti wireless sono prive di password, e anche quelle con chiave WEP (unica chiave possibile per molti dispositivi, i più diffusi sono i Nintendo DS) sono facilmente bypassabili.

In definitiva, la formula “uno sgarro e sei fuori” (fino alla morte, in teoria) non sembra piacevole, e se entrasse in vigore la visualizzazione di oggetti coperti da copyright sarebbe un’altra delle tante cose per cui stare sempre all’erta, oltre che virus, trojan, worm, phishing e truffe. Tuttavia l’impressione è che difendersi da un’accusa di violazione della legge sia molto difficile, dato che non ci può essere ricorso in tribunale prima dell’isolamento da internet, e che, come suddetto, la legge sul diritto d’autore è piuttosto plastica, per usare un eufemismo.

 

I mandanti

Dopo una semplice analisi su chi ci perde, è legittimo badare a chi ci guadagna. La risposta è, come spesso succede, scontata. Sono i detentori dei copyright. In particolare il premier possiede una casa editrice e emittenti televisive, aziende di media in declino proprio a causa di internet. Coincidenze?

Bollino SIAE

In generale i beneficiari del decreto sarebbero gli stessi che puntualmente beneficiano di certe leggi della maggioranza: ad esempio il contributo SIAE, cosiddetto equo compenso, è stato ritoccato verso l’alto nel dicembre 2009; lo scopo dell’accisa è quello di indennizzare gli autori sulla pirateria e sulla copia privata aumentando i prezzi di qualsiasi supporto di memoria elettronica in vendita, supponendo che parte di quelle memorie verranno usate per scopi non leciti. Così il cittadino, anche se onesto, paga alla SIAE ben o.15 € per ogni CD-R acquistato, 0.41 € ogni DVD vergine single layer, e 5.15 € in più per un lettore MP3 da 1 GB di memoria integrata; considerato quanto costano questi beni oggi, la percentuale che si paga come accisa (e di IVA sull’accisa) è semplicemente incredibile, ma a quanto pare non basta.

Legge severa ma debole

Chiunque abbia un minimo di conoscenze su come funziona la Rete avrà già pensato a un metodo semplice per evitare la legge. In passato, parlamento e tribunali hanno sempre sottinteso che ogni indirizzo IP corrispondesse ad una persona, e che stia al provider associare l’uno all’altro quando lo Stato lo richiede. Un utente non sarebbe tracciabile nel caso in cui si colleghi ad una rete pubblica o ad un proxy. Letteralmente per la serie: fatta la legge, trovato l’inganno. Tolti i pirati già premuniti, chi non potrebbe mettersi al sicuro sarebbe sicuramente l’individuo che usa internet senza reato e senza conoscenze, rendendo la legge non solo inutile, ma anche dannosa.

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