Durante il fine settimana, il Guardian e il New York Times hanno pubblicato una serie di articoli riguardanti l’uso di una quantità enorme di dati prelevati da Facebook, da parte di un’azienda che si occupa di consulenza e di marketing online, la Cambridge Analytyca. Si è trattato quindi di un furto di dati? Non proprio.

Cos’è Cambridge Analytica?

Cambridge Analytica è stata fondata nel 2013 da Robert Mercer, un miliardario imprenditore statunitense.  L’azienda è specializzata nella raccolta dai social network di un’enorme quantità di dati sugli utenti: quanti “Mi piace” mettono e su quali post, dove lasciano il maggior numero di commenti, il luogo da cui condividono i loro contenuti e così via. Queste informazioni vengono elaborate da algoritmi in grado di creare profili di ogni singolo utente, approcciandosi in maniera simile alla psicometria, il campo della psicologia che si occupa di misurare abilità, comportamenti e caratteristiche della personalità. Più sono i dati analizzati, più è preciso il profilo psicometrico di ogni utente.

Alexander Nix CEO Cambridge Analityca
Alexander Nix- CEO di Cambridge Analityca

A cosa servono i nostri dati?

Ogni giorno, navigando in rete, lasciamo un’enorme quantità di dati che vengono studiati e analizzati. Tutte queste informazioni sono di solito anonime o fornite in forma aggregata dalle aziende per non essere riconducibili a una singola persona. Algoritmi come quelli di Cambridge Analytica possono però lo stesso risalire a singole persone e creare profili molto accurati sui loro gusti e su come la pensano.

Cambridge Analytica ha sviluppato un sistema di microtargeting comportamentale, riesce cioè a creare pubblicità altamente personalizzata su ogni singola persona. La tecnologia in possesso di quest’azienda riesce a far breccia oltre sui gusti delle persone, anche sulle emozioni. L’algoritmo è stato sviluppato da Michal Kosinski, che da anni lavora per migliorarlo e renderlo più accurato.

Il ruolo di Facebook

Partiamo dal pressupposto che i server di Facebook non sono stati violati, non c’è stato un buco informatico bensì una falla legata ai termini e alle condizioni d’uso.

Nel 2015 un ricercatore di Cambridge, Aleksandr Kogan, realizzò un’applicazione che si chiamava thisisyourdigitallife (questa è la tua vita digitale), una app che prometteva di produrre profili psicologici e di previsione del proprio comportamento, basandosi sulle attività online svolte. Per utilizzarla, gli utenti dovevano collegarsi utilizzando Facebook Login, il sistema che permette di iscriversi a un sito utilizzando i dati di Facebook. L’applicazione ottiene l’accesso a indirizzo email, età, sesso e altre informazioni contenute nel proprio profilo Facebook, il tutto in maniera legale e trasparente, viene infatti sempre mostrata una schermata di riepilogo con le informazioni che diventeranno accessibili.

Circa 270 mila persone si iscrissero all’applicazione realizzata da Kogan, accetterano quindi di condividere alcune delle loro informazioni personali. Facebook nel 2015 permettava anche ai gestori delle applicazioni di raccogliere alcuni dati sulla rete di amici della persona appena iscritta. Con l’iscrizione davi quindi il consenso alla raccolta di altre informazioni dai tuoi amici, senza che fossero avvisati. Tutto sempre in maniera legale e trasparente dato che tutto era indicato nelle condizioni d’uso di Facebook, si proprio quelle che tutti noi accettiamo senza mai leggere.

La stima dei dati memorizzati è di 50 milioni di profili Facebook, stima del New York Times e del The Guardian, per molti è sovradimensionata. Kogan costruì un archivio enorme, comprendente informazioni sul luogo in cui vivono gli utenti, i loro interessi, fotografie e posti dove avevano segnalato di essere andati.

Tutto consentito?

Ebbene si, tutto quello che avete letto era consentito nel 2015, cioè che Kogan fece dopo no. I dati vennerò condivisi con  Cambridge Analytica, violando i termini d’uso di Facebook. Il social network vieta infatti ai proprietari di app di condividere con società terze i dati che raccolgono sugli utenti.

Christopher Wylie, ex dipendente di Cambridge Analytica e principale fonte del Guardian per questa storia, sostiene che Facebook fosse al corrente del problema da circa due anni. Come mai allora Facebook ha deciso di sospendere Cambridge Analytica solo venerdì 16 marzo 2018?

Non solo Facebook

Lo stesso problema riguarda buona parte delle altre aziende attive online e che offrono gratuitamente i loro servizi, in cambio della  raccolta di informazioni sugli utenti. Negli ultimi anni l’Unione Europea ha avviato iniziative per arginare il problema, inasprendo le regole sulla privacy. Una regolamentazione più precisa è attesa da tempo da organizzazioni e attivisti per la tutela della privacy online.

Fonte
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