Non sono un passatista (esiste come termine, esiste, cercatelo sul dizionario), tutt’altro, e anzi, provo un odio cordiale verso coloro che non perdono occasione di rimpiangere i bei tempi andati, soprattutto quelli sotto i trent’anni, che magari nei bei tempi andati manco erano stati concepiti, come idea e come esseri umani.

Però qualcosa in nottata mi ha fatto scattare qualcosa, chiamatelo campanello d’allarme o quel che volete. Cos’è successo stanotte? Beh, eccovi uno scoop: Steve Jobs ci ha lasciati. Ma non è di lui che voglio parlare, o quantomeno non del peso specifico (enorme) della sua scomparsa, in queste ore ci stanno pensando moooolto meglio di me quelli che si svegliano solo a ogni morte celebre e tanti altri che si citano addosso, molto spesso a vanvera (“Stay hungry, stay foolish” NON è di Jobs, lo dice lui stesso nel famoso video del discorso universitario, discorso che tra l’altro andrebbe proiettato per legge in qualsiasi scuola, secondo me).
Dicevo, ciò che mi ha fatto scattare qualcosa è la pagina iniziale del sito Apple di oggi, ma non tanto l’epitaffio di apertura, pienamente condivisibile, quanto la frase scritta in piccolo appena sotto:

If you would like to share your thoughts, memories, and condolences, please email [email protected]

Cosa c’è di strano? Apparentemente nulla. Però vedere che già dopo pochi minuti dal momento in cui il buon Steve ha terminato la sua batteria così precocemente fosse stato già tutto così sapientemente organizzato, dall’epitaffio alla casella mail per le condoglianze, mi ha trasmesso un senso di ansia. Perché questa corsa smodata al ricordo, all’omaggio, al dover per forza dire la propria mi inquieta, è l’urgenza di dire “ci ha lasciato. Presto, omaggiamolo e passiamo oltre.”

Attenzione però, questo non vuol dire che il dolore sia minore, non mi permetterei mai di azzardare un’ipotesi del genere. Quello che però vedo davanti agli occhi è un periodo in cui tutto si consuma nello spazio di pochi istanti. Voglio vedere un video? C’è youTube. Voglio uno, dieci, cento dischi? Scarico (è illegale, bambini, non lo fate!). Voglio dedicarmi alla nobile arte del raspone? Ecco youPorn.
Facile, no? E anche figo, aggiungerei.

Ma andiamo più in profondità.

Ti piace la musica: scarichi dieci dischi in un paio d’ore. Fantastico!
Domanda: quanti di questi dischi ti sei goduto? Probabilmente nessuno. Dieci anni fa ti innamoravi di un artista, mettevi faticosamente qualche soldino da parte e ogni due-tre mesi ti compravi un disco. Nello spazio che intercorreva tra un acquisto e l’altro, vivisezionavi il disco, in poche parole lo facevi tuo. Intendiamoci, è fattibilissimo anche ora, ma è impensabile che una persona scarichi un solo disco nel giro di due, tre mesi. Perché c’è la possibilità, e la sfrutti, nessuno ti obbliga ma tre volte su quattro lo fai. E il consumo, anzi no, consumo è un brutto termine, la fruizione è per forza di cose più rapida, le esperienze si susseguono veloci, inesorabili, e noi quasi perdiamo l’equilibrio per starci dietro.

Ma con la morte, il dolore, non è così semplice.
Da sempre ogni cultura, al di là di religioni, convenzioni sociali e pratiche, elabora una serie di riti per scandire le fasi del lutto. E sapete cosa le accomuna tutte? La lunga durata.
Perché noi esseri umani non possiamo accantonare il lutto come facciamo con un disco, un film o un porno infimo. Non ci sono caselle postali per manifestare il proprio cordoglio che tengano.
A volte su Facebook vedo amici che perdono parenti o animali e devono per forza comunicarlo al mondo, forse nella speranza che il dolore sia minore. Ma non è così, non è possibile liquidare il lutto in pochi istanti. Bisogna avere il coraggio di affrontare il dolore e maturare la consapevolezza che durerà più di uno, due, dieci giorni. Per questo ho avuto paura quando ho letto la frase sotto l’epitaffio per Steve. Perché se siamo arrivati al punto di rifiutarci di lasciar sfogare il nostro dolore, evidentemente qualcosa di sbagliato c’è.

Ah, un ultima cosa: ciao Steve. E grazie di tutto.

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