Metal Gear Solid 4 (2008), gioco-manifesto di questa generazione: nel bene o nel male?

Sì, ammetto di essermi ispirato a qualcosa di simile al famigerato “Stay hungry, stay foolish” che tanto ha affollato le bacheche Facebook dei nostri amici meno originali. Proprio come il buon Steve Jobs, cito un’espressione che non è mia, e sia chiaro, se dovessi morire gradirei che citaste qualcosa detto da me, non da qualcun altro, intesi? Non illudetevi che il mio ego cessi di esercitare una volta schiattato.

Siamo ormai alla fine dell’anno. Mentre l’attuale generazione di console sta vivendo la sua piena maturità, iniziano a essere stilati bilanci provvisori e le prime classifiche sulla stagione videoludica 2011.

Da poche ore, come ha scritto il nostro Sagro nel suo articolo (ecco il link: http://www.techzilla.it/video-game-awards-2011-ecco-tutte-nomination-12527/) è disponibile la lista con le varie categorie di videogiochi papabili per il titolo dei Video Game Awards 2011. E, intendiamoci, di giochi di grande qualità ce ne sono quanti ne volete: lo splendido Arkham City, Uncharted 3 e così via. Eppure in questa lista si nasconde uno dei problemi che tanto affligge il mondo videoludico in questo periodo. Quale? Semplice: tra i giochi elencati ho contato ventidue (VENTIDUE!) seguiti. Un po’ tanti, no?

E il bello è che la colpa, fondamentalmente, è la nostra, in quanto consumatori. Su forum e riviste specializzate leggiamo di gente che strombazza a destra e a manca la totale mancanza di originalità, altri che vorrebbero la famigerata console unica e non si accorgono che, a parte una manciata di esclusive, il software che gira sulla propria postazione multimediale è lo stesso che gira su quella dell’amico dell’altra sponda (videoludicamente parlando). I più vecchi poi rimpiangono i bei tempi andati di 10-15 anni fa. E fra 10-15 anni rimpiangeranno questi. E fra 30 rimpiangeranno il 2021. Ad libitum fino a quando evidentemente rimpiangeranno di non essere sopra il livello del mare.

Limbo (2010) è il videogame più adulto di sempre. Ed è un “giochino” scaricabile…

I dati di vendita però dicono altro. Nello specifico milioni di utenti che sbandierano ai quattro venti l’amarezza per un mercato omologato fino alla nausea in realtà sono quelli che più lo alimentano, sbrodolandosi addosso, per fare un esempio, per tonnellate di FPS fondamentalmente sempre uguali a se stessi. Comprati rigorosamente al fantomatico day one, ci mancherebbe altro. Possibilmente in edizione deluxe a 90 euro, che fra pochi mesi rivenderanno a 20 euro in un negozio dell’usato ricevendo uno sconto di 5 euro per il seguito uguale a se stesso. Un affare! Nemmeno il professor Monti potrebbe far nulla in questo caso.

Apparirà una riflessione molto generalizzata, e un po’ lo è, non fatico ad ammetterlo. Così come è vero che, parlando di seguiti, prodotti come Arkham City o Uncharted 3 siano indubbiamente di qualità superiore. Ma, andiamo, per buono che sia, non vi viene voglia di assaporare un piatto diverso, ogni tanto? In questa generazione dell’HD, di un 3D mai veramente sbocciato del tutto, è sintomatico il ritorno alla supremazia di Nintendo e del suo Wii, caso forse unico nella storia dei videogames dove a imporsi nettamente è una macchina di gran lunga inferiore alla concorrenza dal punto di vista tecnologico: con la sua squisita essenzialità, il ritorno all’uso dei colori e l’implementazione riuscita dei sensori di movimento (Sony, tu non ne sei capace, rassegnati, hai sfornato un controller che è un insulto al senso del bello e nemmeno un gioco degno di dargli un senso pratico che legittimi la sua inguardabile presenza sulla mensola della camera), la casa di Kyoto ha rappresentato una felice eccezione che, personalmente, vorrei tracciasse la via per la prossima generazione di console.

Red (1974) è considerato il canto del cigno del progressive. L’equivalente rock di Uncharted 3?

Non che sulle altre console non si sia mosso qualcosa in questo senso, Move o Kinect a parte: fatevi un giro sul PSN, lo store di Sony, e scoprirete finalmente che è ancora possibile divertirsi, coi videogiochi. Nel mio caso sarà l’unica cosa che veramente ricorderò con piacere di questa generazione: la poesia di Trine, i trip lisergici di Pac-Man Championship Edition, l’atmosfera irripetibile di Limbo. Opere considerate minori, anche da molti addetti ai lavori. “Giochini”, li definisce qualcun altro, irritandomi quasi quanto l’espressione “risorse umane” (Sono una persona, io, non un minerale!). Paragonati a budget, battage pubblicitari e dispiego di mezzi destinati ai cosiddetti titoli “a tripla A” (fino a quando Standards & Poor’s non si deciderà a declassare anche loro, perlomeno), questi prodotti, nella loro essenzialità, nel loro inconsueto procedere per sottrazione, hanno una carica dirompente quasi punk insita nella loro natura.

Ecco cos’è il mercato videoludico attuale, è il mondo del rock a fine anni ’70, quando il progressive stava sparando le sue ultime, pesantissime, ingombranti, interminabili cartucce in 13/8 e il punk stava per spazzarlo via per un po’ di tempo con i suoi maledetti tre accordi moltiplicati per due minuti a pezzo. Progressive che personalmente amo alla follia, nel suo periodo d’oro, ma che verso la fine davvero due… Ebbene, questa generazione videoludica rappresenta il punto di non ritorno, con giochi come Uncharted 3 o Skyrim che sono la traduzione videoludica degli ultimi grandi dischi di prog rock. Tutto attorno però si sguazza in un mare di giochi iperprodotti, trame obese e autocelebrative, sequenze non interattive più lunghe di quelle interattive, giocabilità ridotta al minimo (Kojima, ti fischiano le orecchie?) e seguiti su seguiti alla luce dei fatti sempre uguali a se stessi… insomma, una marea di dischi degli Yes, per intenderci. E’ davvero questo che volete?

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