1. Introduzione

Nel corso di questi ultimi anni, il panorama video-ludico ha ospitato un grande pletora di titolo “horror” sopratutto di origine indipendente e quindi non legate a grandi software house e spesso pubblicati su Steam o su MarketPlace di Xbox o Sony. Forse di questo è anche complice l’industria cinematografica che ultimamente ci propongono svariati film e telefilm sul tema horror con particolare predilezione per gli Zombie o forse dovremmo chiamarli “non morti”.

The Evil Within si presenta ai giocatori come l’ennesimo survival horror game, o per lo meno così potrebbe sembrare: dietro il titolo si nasconde infatti il nome di Shinji Mikami che i più appassionati del genere conosceranno sicuramente per il suo grande contributo alla saga horror su console con la creazione dell’epica saga di Resident Evil, tutt’ora pietra miliare del genere. Shinji inizia infatti la sua carriera all’età di 25 anni con alcuni contributi a titoli del Super Nintendo ma solo con il debutto di Resident Evil nel 1994 il suo talento come designer di videogiochi trovo la massima espressione. Nonostante questo ha contribuito in modo sostanziale anche ad altri grandi titoli CAPCOM come  Dino Crisis, Viewtiful Joe, Devil May Cry, e Ace Attorney.

The Evil Within è pubblicato da Bethesda Software e realizzato da Tango Gameworks, azienda fondata il 1 marzo 2010. Tuttavia la sua effettiva esistenza fu annunciata solo il 18 marzo. Nell’ottobre del 2010 Tango fu acquisita da ZeniMax Media, la stessa compagnia che possiede Bethesda Softworks.Con questo team, Mikami, progetta un nuovo gioco a tema survival horror: Project Zwei, noto in seguito come The Evil Within.

Possiamo capire sin da subito che non ci troviamo di fronte all’ennesimo Survival Horror, o per lo meno, con un nome del genere dietro le quinte le aspettative sul gioco sono state sin da subito molto alte tra gli ammiratori del genere survival horror, sopratutto quelli che hanno avuto già modo di apprezzare titoli come Resident Evil.

Riuscirà quindi The Evil Within a sorprenderci e farci immergere nuovamente in quegli angoli oscuri che al giorno d’oggi sono sempre più difficili da ritrovare in un titolo survival horror? Prendete una torcia, perchè stiamo per discendere nelle oscurità della psiche umana e del sovrannaturale con The Evil Within.

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The Evil Within Trailer

2. Trama

Il gioco inizierà sin da subito a prendersi beffa del giocatore catapultandolo in una sequenza di gameplay dove ci troveremo nei panni del Detective Sebastian Castellanos, alle prese con una situazione sopranaturale a seguito di una chiamata dalla centrale.

Un ospedale Psichiatrico disseminato di cadaveri, vittime di un’entità soprannaturale che i superstiti del manicomio chiamano Ruvik. Dopo il primo rocambolesco incontro con questa entità il gioco inizia ad assumere subito i tratti distintivi dei survival horror, con ambientazioni chiuse e tetre, con schizzi di sangue ovunque che lasceranno il giocatore in balia di un percorso obbligato che sappiamo bene che non porterà a nulla di buono. Ad attenderci c’è infatti un mostruoso essere armato di motosega che non vede l’ora di scoprire la nostra anatomia interna. In questa fase il gioco assume più il carattere di introduzione al gameplay, un velato tutorial che ci permette di muovere i primi passi in una situazione dal stealth-game. Non potremo infatti fare altro che sgattaiolare e nasconderci dal gigantesco nemico che ci inseguirà ed eliminerà al primo colpo. Quando riusciremo a fuggire  avremo completato il prologo, che ci mostra come l’ospedale non sia altro che il punto di origine di un misterioso male che sta lentamente infettando il mondo, trasformando le persone in creature sanguinarie e prive di ragione.

Dopo il prologo il gioco inizierà dal primo dei 15 capitoli che compongono la trama, per una longevità di circa 15 ore, quindi una media di 1 ora a capitolo anche se il tempo impiegato salirà progressivamente con i capitoli in quanto diventeranno progressivamente più difficili con mostri, puzzle da risolvere e boss che non ci lasceranno di certo la possibilità di compiere la nostra missione indisturbati.

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La calma prima della bonaccia. Notare il rumore dell’immagine, regolabile nelle impostazioni

Ma il primo capitolo non ci sarà d’aiuto per capire la storia del gioco, anzi. I pezzi del puzzle inizieranno a combaciare solamente dopo un terzo del gioco mentre verso la metà le cose inizieranno a prendere decisamente un’altra piega, infatti il livello di difficoltà dei capitolo aumenterà sensibilmente con livelli sempre più complicati e check-point sempre più radi che ci fionderanno in un try-and-die che in alcuni casi potrebbe risultare anche eccessivamente stressante per qualcuno, in quanto dovremo pianificare saggiamente il modo per uscire indenni dalla sequenza per raggiungere quella successiva.

L’influsso di Shinji Mikami si nota sin da subito, con una narrazione carica di pathos e una delineazione molto marcata dei personaggi, sopratutto dal punto di vista psicologico. Shinji in realtà attinge a diversi classici del genere e spesso in modo neanche troppo velato ma questo non è necessariamente un aspetto negativo. Lui stesso ha infatti spiegato in diverse interviste di aver voluto rendere omaggio a diverse pietre miliari del genere, in primis Resident Evil ma trovando anche grandi influenze  di meccaniche e narrazione dall’ultimo capitolo di Alone in the Dark.

La trama del gioco, nonostante le solide radici nei capostipiti del genere, non mancherà di tenerci in un costante stato di ansia e desiderio di risposte, con quella sottile e macabra psicologia dei personaggi che a volte ci farà dubitare anche della sanità mentale del nostro alter-ego. Ci capiterà più volte di chiederci se il nostro Sebastian sia completamente sano di mente o se quello che stiamo vivendo sia solamente un brutto incubo, infatti saremo costantemente alle prese con allucinazioni, inganni, incubi e sequenze che si ripetono svariate volte. Di certo non saremo noi a sciogliere questa intricata matassa, ma eccetto qualche momento più morto la narrazione procede in modo volutamente confusionario nei primi capitoli del gioco per poi indirizzarci verso la verità che si cela dietro The Evil Within solamente verso la metà inoltrata del gioco.

La direzione di Shinji si fa’ sicuramente notare ed è probabilmente anche grazie a questo che il gioco non può di certo essere etichettato come un tradizionale horror-game, infatti risulta abbastanza esplicito che l’intenzione degli sviluppatori non è quello di spaventarci ma di trascinarci negli angoli più oscuri di questo oscuro mondo fatto mettendo addosso al giocatore la giusta dose di tensione in un horror dai tratti del thriller psicologico e cosparso da alcuni, ma sporadici, momenti di jump-scare gratuiti e da un gameplay che mescola saggiamente diverse meccaniche in base alla situazione.

3. Gameplay

The Evil Within è sicuramente un survival horror game anche se se il team di sviluppo ha voluto spaziare molto il gameplay del gioco tanto che da una sequenza all’altra il titolo assume meccaniche completamente diverse. Sostanzialmente avremo a che fare con un mi di scene di azione, stealth e di risoluzione di rompicapi. In realtà il gioco fa’ pendere la bilancia verso le meccaniche stealth: passeremo infatti gran pare del gioco rannicchiati cercando di non farci notare da qualche creatura che non vede l’ora di farci a pezzi, cercando di sgattaiolare il più furtivamente possibile.

Passeremo gran parte del tempo accucciati a lanciare bottiglie per distrarre i nemici Potremo inoltre nasconderci negli armadietti o sotto il letto, meccaniche che ci hanno richiamato alla mente sin da subito Outlast sopratutto per la carica emotiva che queste azioni suscitano sul giocatore. L’azione stealth di The Evil Within è forzata dagli sviluppatori limitando le munizioni che avremo nei vari capitoli del gioco, costringendoci ad adottare una tattica più elusiva piuttosto dello stile Resident Evil 4 dove il nostro scopo  andare dal punto A al punto B in linea retta, eliminando quanti più nemici si oppongono tra noi. Sono molto rare infatti le sezioni dove avremo abbondanza di proiettili da utilizzare e in questi casi, come nel caso dei boss-fight, l’intento degli sviluppatori sarà espressamente chiaro in quanto ci verranno fornite molte più munizioni di quelle a cui siamo abituati. Andare incontro ai nemici non è infatti mai una buona idea: spesso un proiettile ben piazzato alla testa non è sufficiente neanche ad eliminare l’avversario più debole, complice forse anche una hitbox non propriamente precisa. D’altro canto ai nemici basteranno un paio di colpi ben assestati per farci diventare la loro cena, inoltre la limitata stamina che ci permetterà di correre è un’altro deterrente degli sviluppatori, sopratutto ad inizio gioco, per indurci al gioco stealth, Discorso a se stante per i Boss che sono invece ben caratterizzati con una vittoria che spesso raggiungeremo solamente sfruttando a nostro vantaggio l’ambiente circostante, costringendoci a spremerci le meningi in sequenze ricche di adrenalina.

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Chi pulirà questo macello? Di certo non noi.

Gli enigmi del gioco, che compongono la terza principale meccanica di The Evil Within, sono invece poco articolati, con soluzioni spesso fin troppo ovvie e che richiedono un dispendio minimo di tempo ed energie per cercare la soluzione. Non manca qualche spunto interessante come prove dove non potremo permetterci di fallire, pena la morte certa del nostro personaggio. Una volta che avremo preso confidenza con il gioco e le sue meccaniche la difficoltà di The Evil Within inizia a crescere con ritmi decisamente più incalzanti e passeremo buona parte del tempo a studiare l’ambiente e trovare una strategia per uscire indenni dal sezione dove ci troviamo. Dovremo quindi rimanere accucciati nell’ombra tirando bottiglie vuote per distrarre i nemici o attendere il momento opportuno per correre verso il nostro obbiettivo cercando di passare inosservati e conservare quante più munizioni possibili.

Nel gioco troveremo inoltre disseminate diverse trappole che ci infliggeranno ingenti quantitativi di danni sopratutto nelle fasi iniziali del gioco dove avremo ancora poca possibilità di migliorare i nostri parametri. Queste trappole possono venir evitate, utilizzate contro gli avversari oppure disinnescate, spesso solo se riusciremo a superare un piccolo mini-gioco che spesso ripiega sul tempismo. Riuscendo a disinnescare le trappole otterremmo dei materiali che utilizzeremo in seguito per il crafting di oggetti come munizioni.

Oltre alla nostra fidata pistola potremo fare affidamento anche su delle asce che troveremo sporadicamente nelle mappe e che permettono di eliminare in un solo colpo l’avversario. Avremo inoltre una balestra con vari tipi di dardi come quelli che ci permetteranno di accecare il nemico o quelli esplosivi che infliggeranno danni ad area.

Il sistema di potenziamento delle abilità
Il sistema di potenziamento delle abilità

Un altra interessante meccanica è quella di bruciare i corpi dei nostri avversari con dei fiammiferi, che ovviamente ci verranno forniti con il contagocce. Quando troveremo un “cadavere” sarà infatti meglio carbonizzare il suo corpo lasciandogli un fiammifero altrimenti c’è il rischio che poco dopo si rialzi diventando un altro nemico pronto ad opporsi tra di noi e il capitolo successivo.

Inizialmente non dovremo preoccuparci molto dei checkpoint sopratutto in quanto nei primi capitoli non troveremo scene particolarmente difficili da superare. Ancora una volta tutto cambia verso la metà del gioco, dove avremo a disposizione due modi per salvare i nostri progressi: i checkpoint automatici in punti “chiave” del nostro progresso nella storia che ci eviteranno di ripetere le faticose sequenze che ci siamo lasciati alle spalle e delle stanze di salvataggio che sono riconoscibili dalla musica di sottofondo molto melodica e dalla presenza di uno specchio che ci permetterà di raggiungere il manicomio iniziale. Qui inoltre, oltre a salvare i progressi, potremo sviluppare le abilità del nostro personaggio potenziando le statistiche attraverso una sorta di elettroshock. Potenziare il nostro personaggio ci costerà dei punti che sono accumulabili esplorando il gioco e reperibili sotto forma di barattoli contenenti uno strano fluido verde.

Ad aggiungere longevità al titolo non mancano alcuni trofei particolarmente impegnativi come quello di completare il gioco in 5 ore oppure quello di giocarci a difficoltà massima. Inoltre troveremo delle misteriosi chiavi che servono per aprire degli armadietti a nostro piacimento. Dentro troveremo munizioni, punti, siringhe curative o altre chiavi. Meglio di una lotteria! Dovremo inotlre trovare tutti i pezzi della mappa delal città disseminati in giro, oltre ad altri taccuini e annotazioni che servono per dare spessore alla trama.

4. Audio e Video

Dal punto di vista del comparto audio ci troviamo davanti ad un gioco di grande spessore, con effetti sonori che richiamano le zone lugubri e oppressive che ci circondano, e che riescono saggiamente a mantenerci in uno stato di perenne suspance anche grazie alla colonna sonora che non mancherà mai di deluderci dall’inizio alla fine del nostro viaggio con brani di JS Bach eseguiti dall’Academy of Saint Martin in the Fields.

Grande sorpresa anche per il doppiaggio completamente in Italiano, con voci note del panorama che cadono a pennello con i personaggi a cui prestano la voce. Veramente nulla da ridire sulla cura posta nella parte audio di The Evil Within che ci permette di vivere appieno l’esperienza Horror voluta da Shinji Mikami e da Tango Workshop.

Doppiaggio audio in Italiano impeccabile Il comparto video è invece meno propenso alle lodi, infatti la grafica sembra rimanere ancora ancorata alla old-gen Ps3 e Xbox 360. Quello che forse infastidisce maggiormente è qualche “svista” sopratutto a livello di modelli, dove a volte ci imbatteremo in texture di bassa qualità o elementi praticamente in 2D che spezzano un po’ l’atmosfera dove The Evil Within riesce quasi sempre a trasportarci senza troppa fatica. Sia ben chiaro: nel complesso il gioco riesce egregiamente anche dal punto di vista visivo a trasportarci nella tetra atmosfera dei tipici survival horror, anche grazie ad una cura maniacale delle ambientazioni dove la firma di Shinji Mikami è ancora più marcata e ogni dettaglio non sembra lasciato al caso, neanche l’impronte di sangue sul terreno che si trascinano in giro. Una cura maniacale quasi da produzione cinematografica che forse è l’ingrediente principale che permettono di non etichettare questo gioco come l’ennesimo horror a cui siamo stati abituati negli ultimi mesi.

Sicuramente curioso è invece il filtro disturbi che troviamo preimpostato di default nel gioco e che aggiunge un rumore all’immagine, una sorta di filigrana che fornisce al gioco un’aspetto più “grunge” e vissuto. Questa scelta potrebbe adattarsi bene in quanto riesce egregiamente nel suo lavoro anche se potrebbe non piacere a tutti. Fortunatamente è possibile regolare il rumore di questa sovrapposizione per adattarla ai nostri gusti. Disattivandola del tutto si perderà un po’ della “magia” del gioco anche perchè vengono alla luce tutte le incertezze del comparto grafico del gioco, tanto che c’è da pensare che non sia un’escamotage stile “nebbia di Silent Hill” proprio per camuffare alcune scelte grafiche.

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Il nostro Sebastian, protagonista di TEW.

Veramente ben riusciti sono invece gli effetti particellari del gioco, come fumo o pulviscolo, e i giochi di ombre. Trattandosi di un gioco horror le ambientazioni saranno prevalentemente in penombra, con candele, lumi e altre luci saggiamente posizionate per creare ancora più atmosfera. Le ombre si muoveranno sinuosamente sulle pareti o altri oggetti delle stanze, con un effetto naturale e molto d’impatto a livello visivo, proprio come ci si aspetterebbe da un gioco di questo genere.

I personaggi e gli avversari sono ben curati e particolarmente curati, sopratutto i nemici che hanno ovviamente il principale scopo di spaventare il giocatore e trasmettergli quel senso di oppressione e paura che ci si aspetta da un titolo del genere. L’ultimo ingrediente di questo mix è una componente gore molto marcata, con una perenne presenza di sangue sulle pareti, sul pavimento o in qualunque altro luogo possiamo immaginare. Le uccisioni sono particolarmente splatter, a volte anche in maniera esagerata, tanto che ci siamo chiesti se oltre a Shinji Mikami non vi avesse partecipato dalla regia anche Quentin Tarantino.

Tranquillo è pomodoro
Tranquillo è pomodoro

Nonostante l’inquadratura del personaggio sia in terza persona, la scelta degli sviluppatori di posizionare il personaggio su uno dei lati dello schermo e non al centro, come tipicamente succede in tutti i giochi, è alquanto singolare. In realtà è una scelta che non ho saputo particolarmente apprezzare per via dell’abitudine, anche se suppongo sia stata adottata per lasciare in secondo piano il nostro personaggio e fornire al giocatore un campo visivo più ampio e compatto sull’ambiente circostante, una scelta decisamente “cinematografica”. Questo tipo di impostazioni lo si ritrova anche nel formato adottato per il gioco, in 16:9 con le bande nere nella parte superiore ed inferiore dello schermo, proprio a richiamare un’opera da grande schermo. Per inciso, questo formato non sacrifica la giocabilità, anzi.

5. Conclusioni

The Evil Within è un gioco che ha fatto parlare di se’ già da molto tempo, sopratutto per il ritorno del maestro Shinji Mikami che in questo ambito è oramai una garanzia di qualità. Le aspettative sul gioco erano molte sopratutto poichè al giorno d’oggi le nuove uscite survival horror degne di questo nome si contano sulla punta delle dita. Il titolo è sicuramente riuscito nel suo intento e tranne qualche piccola incertezza che sarebbe potuta essere evitata il titolo è assolutamente apprezzabile. I Fan del genere e di Shinji Mikami avranno probabilmente già il gioco nelle loro mani dal day-one e difficilmente ne saranno rimasti delusi.

Nonostante il gioco non sia uno dei più tradizionali Survival Horror, gli sviluppatori di Tango Gamework sono riusciti a mescolare con criterio varie meccaniche di gameplay, riuscendo quasi alla perfezione nel loro intento. La trama è pregna di momenti in cui la sanità mentale del nostro eroe è costantemente messa in discussione, con personaggi ben dettagliati e risvolti psicologici degni di un film thriller. Quella che inizialmente inizierà come una storia confusionaria e che sembra attingere dai medesimi cliché si trasformerà progressivamente in una trama più profonda che saprà spingerci oltre nella ricerca di risposte. L’ambientazione del gioco è probabilmente il cavallo di battaglia di The Evil Within e la mano di Shinji Mikami è presente sin dai primi minuti di gameplay: ogni stanza non sembra collocata a caso e anche i dettagli delle ambientazioni sembrano collocati con tale cura che non incontreremo mai due ambientazioni simili tra loro. Ogni livello è infatti colmo di angoscia, sangue, muffa, decadimento e cadaveri, tanto che sembra di sentire l’odore nauseabondo attraverso il nostro monitor. La carica emotiva e psicologica che il gioco fornisce è estremamente alta ed è quello che cerchiamo da un titolo Survival Horror.

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Abbiamo già visto che il gioco non si pone l’obbiettivo primari di spaventarci come altri giochi Horror, infatti i momenti dove salteremo la sedia sono relativamente limitati e questo potrebbe essere un bene visto che oramai molti titoli abusano dei jump scare che a lungo andare diventano prevedibili e scontati.

The Evil Within porta una ventata di aria fresca nel panorama horrorIl comparto audio d’eccellenza con tanto di doppiaggio in Italiano aiuta ad immergerci ulteriormente nei panni dell’ispettore Sebastian, mentre il comparto grafico è leggermente sotto la media per gli standard di oggi, dove la grafica ( sopratutto senza filtro di rumore ) sembra ancora ancorato alla vecchia generazione di console.

Le meccaniche del gioco non sono le tipiche dei survival horror, anzi. Aspettatevi più un gioco stealth che action in stile Resident Evil, mentre la componente dell’esplorazione rimarrà immutata anche grazie alla presenza di semplici puzzle ed un sistema di potenziamento lineare ma ben strutturato. Nel complesso il gioco ha saputo mantenere le sue promesse anche grazie al buon lavoro degli sviluppatori di Tango Gameworks e all’esperienza di Shinji Mikami che hanno saputo portare una ventata di aria fresca in questo piatto panorama di giochi horror a cui siamo stati abituati in questi ultimi mesi. Ci voleva proprio.

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I nostri voti

Trama8
Gameplay8
Audio9.5
Video7.5
Longevità7
Voto finale8.0

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